Alex Schwazer: la Verità

Comprendo il vostro disappunto. Certo: tirare fuori un post del genere dopo la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, quando ancora siamo tutti orgogliosi e un po’ commossi per il glorioso evento sportivo che si è appena concluso, invasati dai valori della costanza, l’impegno, la fratellanza, il rispetto per l’avversario… ma l’episodio in questione, additato come un tradimento di questi ideali appena citati, meriterebbe un approfondimento che ancora nessuno sembra disposto a concedergli — qualcosa di più di un semplice “ha sbagliato, è un vile, è un coglione, lapidiamolo senza pietà”. (Cristo che periodone, prometto che adesso vi faccio rifiatare.)

Non sapevo molto di Schwazer: un oro a Pechino, molto simpatico; una pubblicità della Kinder con il suo accento un po’ da storcere il naso, molto meno simpatico. In generale, però, mi sembrava un tipo a posto. Sicuramente, non uno da doparsi; e invece, guarda cos’è successo. Io per primo, in questa mia pressoché totale indifferenza, sono stato punto sul vivo quando ho saputo la notizia — e come tanti altri mi sono scagliato su quello spot di qualche anno fa, il cui prodotto è stato recentemente ribattezzato Kinder Droghì per l’occasione. Però ancora mi sembrava strano. Questo Schwazer non ha la faccia da stronzo, non è mica un Magnini qualunque. E sono rimasto così, profondamente contrariato e amareggiato, mentre cominciavano a spuntare sul web le prime dichiarazioni dell’atleta.

Avrei potuto accantonare questa storia, cancellarla dalla mia mente, eliminare l’unica vera ombra di un’Olimpiade sensazionale per l’Italia. Ma poi ieri notte, mentre ancora alle 2 trascorrevo il mio tempo in tranquillità su YouTube, ho trovato per caso la conferenza stampa integrale di Schwazer (clic). L’interesse per la vicenda  e, soprattutto, l’assoluto rifiuto del mio cervello di lasciarmi andare a dormire serenamente una volta tanto, mi hanno spinto ad aprire il video. E mi ha preso così tanto da seguirlo interamente, parola per parola, dall’inizio alla fine.

Alex (mi rifiuto di ripetere il cognome per evitare ulteriori controlli ortografici) entra nella sala della conferenza accompagnato dalla manager e dall’avvocato. Ecco, già da quel momento si nota qualcosa. Alex non entra sicuro di sé: lo sguardo abbassato, il capo chino, si siede al suo posto e mantiene questo atteggiamento fino a quando non viene invitato a parlare. Già da questo modo di presentarsi ai giornalisti si comincia ad avere qualche dubbio su questo ‘infame traditore’. “Mettiti qua, Alex”, gli dice la manager, quasi come una madre che si rivolge al figliolo monello, e lui ubbidisce, umilmente.

Comincia a raccontare. Procede lentamente, scegliendo le parole. Come se non volesse nascondere nulla. Cerca di non trascurare alcun dettaglio, sembra sincero. La prima volta che alza gli occhi (fra l’altro, solo per pochi secondi), si nota la sua espressione. E improvvisamente mi appare Alex il bambino dallo sguardo sperduto, Alex che ha fatto il dispetto al compagno di banco, Alex che confessa la sua marachella alla maestra. Alex, un adulto pentito, che parla come un bambino dispiaciuto, gli occhi azzurri colmi di vergogna e lacrime.

Ecco, le lacrime. Dopo una decina di minuti, Alex comincia a piangere. E improvvisamente, non so perché, anch’io ho gli occhi umidi. Catturato dall’empatia che le parole di quest’uomo sprigionano, comincio a sentirmi vicino a lui, a capirlo. Non approvo, ma capisco. E compatisco.

La conferenza prosegue in questo solco tracciato dalle mani di Alex, che si scava il volto, si copre il viso, sperando di poter raschiare via la vergogna; ma solo la confessione può espiare questo grave peso che si tiene dentro. E racconta. Racconta la paura costante di un controllo. Racconta le bugie alla fidanzata, alla famiglia. Così, inizia ad acquisire sicurezza.

Alle prime domande dei giornalisti, sottolinea di aver agito da solo. La responsabilità è sua e di lui soltanto. Capito, Magnini? Lui si assume le sue responsabilità. E tu? Spari a zero sui compagni e la Federazione. No, per dire. Potrei rivolgermi anche a qualche politico, ma non voglio incorrere nell’errore di alcuni utenti di YouTube che idolatrano Schwazer e lo vorrebbero premier solo per la sua onestà. Ecco, la follia: da traditore a eroe. E’ proprio vero, “siamo sempre i più furbi” (cit).

Poi, quando un giornalista sostiene con una certa insistenza l’implicazione del dottor Ferrari nella sua vicenda di doping, Alex reagisce scuotendo la testa, sbarra gli occhi, no, scuote la testa, no, abbassa il capo, lo rialza, non è possibile. Nega, proprio come il bambino che “ti sto dicendo la verità, te lo giuro, devi credermi”. Alex dichiara l’assoluta estraneità di Ferrari ai fatti. E aggiunge:

"Per me una cosa importante è che io non devo coprire nessuno, perché io non voglio nessuna riduzione della mia pena — io non voglio tornare mai più, io voglio una vita normale."

Da questo momento l’atmosfera della conferenza stampa cambia, e anche piuttosto vistosamente. Schwazer comincia a dimostrarsi più deciso nelle sue dichiarazioni. Da un lato è la conseguenza dell’atteggiamento tenuto dai giornalisti. Questa è una di quelle situazioni che farebbero tanto divertire quei cervellotici studiosi del comportamento umano. Come ti comporti di fronte a un uomo che ha commmesso un atto terribile e ammette la sua colpa? La reazione varia a seconda del soggetto. Ad esempio, qualcuno potrebbe riformulare la domanda in modo che si concentri l’attenzione su una sola coordinata — cos’è più importante, il crimine o l’onestà del criminale? Quale è l’opinione del giornalista (o del direttore del giornale, come più spesso avviene), tale sarà il tono del suo intervento. E così ci sono stati moti di pietà, accuse impietose, critiche ragionevoli… ma talora vane e anche un po’ sciocche, semplicistiche, inopportune. Perché infatti, dall’altro lato, Alex è stato inflessibile nel definire il dramma della sua vicenda, e in questo mi sento di sostenerlo. Il giornalista che si dimostra restio a mettersi nei panni altrui è colpevole di una grande mancanza di rispetto nei confronti del proprio interlocutore. L’espressione dura e i gesti eloquenti di Alex non sono che il rifiuto di sminuire i ricordi dolorosi delle veglie alle 5 del mattino nel timore di un controllo, quella vergogna che provava ogni volta che mentiva alla sua ragazza. Come il bambino, lui dice la Verità: è fondamentale difenderla strenuamente, così da permettere agli altri di ripercorrere la sua esperienza esattamente come l’ha vissuta, per meglio capire il suo errore e ripudiarlo più fermamente di prima.

Quando gli chiedono il motivo di questo suicidio deliberato, citando l’espressione bella e terribile del giornalista, lui parla della pressione. Roberto Torti, blogger e sportivo, ha dedicato un post proprio a questo aspetto dello sport. Potete leggerlo qui (clic), è molto più breve dei miei e decisamente più apprezzabile per la critica vivace e puntuale. In particolare, Torti sottolinea il concetto universale del ‘se vinci campione, se perdi coglione’, che effettivamente è una vera e propria realtà (questa te la concedo, Magnini) (anche Torti odia Magnini) (sto divagando). Alex, sconsolato, aggiunge che per Carolina è diverso: lei fa pattinaggio perché lo ama, lui perché è bravo. Si tratta di un’affermazione devastante, ma decisiva per comprendere il suo gesto scellerato: senza la consolazione della passione per la propria disciplina, a cosa può appigliarsi un atleta disperato per aver perso la medaglia olimpica, che perciò sarà tartassare dalle critiche e dagli insulti di tutti?

Forse sono un po’ ingenuo a credere a ogni sua parola. Forse ha ragione Torti, e non ha fatto tutto da solo, e la sua non è vera onestà ma sapiente copertura dei propri complici, tant’è che in Turchia si sono molto adirati per le sue dichiarazioni. Posso solo pensare che Schwazer sia una brava persona, sperando di non illudermi. Ma se sono certo di una cosa, è che questo video andrebbe mostrato a tutti, sportivi e non, per farli capire; perché come dice anche Torti nel suo post:

”[…]trovo la vicenda di Alex Schwazer più pedagogica di cento manuali di sport e filosofia spicciola. Come un campione può buttarsi via è una storia che andrebbe raccontata ai ragazzi che iniziano a fare sport, perché capiscano un po’ di cose belle e brutte di questo mondo.”

Qui mi fermo, e chiudo.

Alex, mi dispiace per tutto questo. Fai bene a vergognarti e forse ci vorrà tempo prima che una simile macchia svanisca dalla tua immagine di uomo. Spero soltanto che tu possa finalmente avere ciò che hai sempre voluto: una vita normale, come noi, che spesso non lo capiamo, quanto siamo fortunati ad averne una.


Ago 14, '123 note

Veleno

Schwazer dopato in lacrime, la Ferrari scippata del bronzo in lacrime, le ragazze della pallavolo femminile travolta dalla Corea (la Corea, cazzo!) in lacrime…

Sono scene che avvelenano il mio spirito olimpico.


Ago 08, '120 note

Bolt

Cioè, non solo sei l’uomo più veloce del mondo, ma addirittura fai di nome fulmine: non è una figata pazzesca?!


Ago 05, '121 nota