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Finalmente, la neve, e un mio post su Tumblr. Infatti è da tanto che non scrivo e non rebloggo, ma c’è una ragione più che valida. Questo è il 999esimo post: volevo che fosse speciale. E ancor di più il Millesimo, ma… è una sorpresa!
Come al solito non sarò breve, quindi consiglio di munirsi di una cioccolata calda e di mettersi comodi prima di dedicarsi alla lettura.
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La vita è le scelte che fai. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Anzi: le scelte che fai, e un pizzico di fortuna, intesa nel significato latino, come buona o cattiva sorte. Certo, se poi uno ha un destino, non è dato saperlo; ma quello che sai per certo, è che se decidi di fare una cosa piuttosto che un’altra, non importa quale sia il tuo destino: è una scelta che fai tu e di cui tu sei responsabile.
Molte persone inseguono delle passioni, ad esempio, e si ritengono soddisfatte di ciò che fanno. Ma quando fai qualcosa, qualsiasi cosa, secondo logica non ne stai facendo un’altra; e magari quest’altra cosa sarebbe migliore per te, oppure peggiore, chi lo sa?, fatto sta che tu non la stai facendo e non lo puoi sapere. Forse se mi applicassi, sarei un genio della matematica, ma non ci ho mai provato seriamente e non credo che lo farò: preferisco la letteratura, italiana e straniera, o le lingue, per non parlare dell’arte e della filosofia.
Eppure, almeno una volta nella vita, ognuno fa qualcosa di assolutamente inaspettato e sorprendente, non solo per gli altri, ma anche per se stessi, che “Hey, accidenti, ma che avevo per la testa?”, ti chiedi, anni dopo, quando torni a pensarci. Per me questa scelta è stata il baseball. I miei genitori non avevano assolutamente idea di cosa mi avesse ispirato; eppure non si stupirono troppo: d’altronde, la mia città aveva una squadra di punta del campionato nazionale ed era naturale supporre che fossi stato influenzato da qualche episodio, una partita o qualcosa del genere — non ho alcun ricordo a riguardo. E così, iniziai a giocare.
La mia avventura si concluse a tredici anni, quando, dopo un anno di rapporti difficili con i miei compagni di squadra, uno di loro mi venne appresso e mi disse: “Sei una sega”. Ribattei che non era vero. E lui ghignò: “Hai ragione. Sei una mezza-sega”.
Avrei dovuto tirare un bel pugno sulla testa a quel nanerottolo insolente. Non lo feci. Abbandonai il gioco, e per un anno non feci praticamente attività fisica; il buon proposito di frequentare una palestra andò a farsi benedire in appena tre mesi e la brevissima parentesi estiva in una formazione provinciale mi confermò la mia assoluta inadeguatezza fisica al calcio a undici.
Poi, un’anno e mezzo fa, mio padre mi parlò di questa società di ping-pong gestita dal fratello del mio ex professore di lettere delle medie; fino ad allora avevo giocato solo con mio padre, dimostrando talento piuttosto naturale, ma non avrei mai pensato (immaginato, per meglio dire) che ci fosse la possibilità di giocare professionalmente, addirittura con ragazzi della mia età. Così, provai.
Ad oggi, posso dire che sia stata una delle scelte più importanti di tutta la mia vita.
Nell’ambiente del ping-pong, ad esempio, ho conosciuto Forrest. Forrest fa lo scientifico, ultimo anno, ed è un amante del cinema, anzi, di più! Dall’inizio di quest’anno scolastico, infatti, mi coinvolge in un progetto di produzione di cortometraggi, chiedendomi consulenza soprattutto per quanto riguarda la sceneggiatura e i dialoghi. A me piace molto aiutarlo, anche se ultimamente ci stiamo un po’ perdendo di vista, e credo che abbia davvero del talento come aspirante regista. Inoltre ha messo su una vera e propria troupe con alcuni suoi amici e ciò mi ha permesso di fare tante nuove e piacevoli conoscenze. E’ una persona sensibile e leale e spero che la nostra amicizia possa durare a lungo.
L’altro incontro fondamentale è stato quello con due ragazzi più giovani di me (e anche dannatamente più bravi!), che sono cugini, e per questo motivo sono stati tristemente investiti del soprannome di cugini di campagna (citazione necessaria). Ebbene, un giorno del novembre scorso uno di loro mi ha avvicinato e mi ha domandato che avessi una bella voce e se sapessi cantare. Risposi che sì, non ero male: “Una volta ho cantato Somebody to love dei Queen con la scuola”. Una piccola gloria personale, quell’esibizione: la interpretai davvero bene, anche se peccai clamorosamente nell’assolo in falsetto, e a fine concerto qualche compagno di classe mi strinse la mano chiamandomi Freddie. Bei tempi. “Ti interesserebbe entrare in una band?”. Un tacito sorriso gli bastò come mia risposta.
Così, da dicembre canto e suono in una band e mi tolgo un po’ di soddisfazioni. Mi prendo una rivincita sul passato, sui tempi del baseball, su tutti quegli stronzi nella mia vita, su quella professoressa di lettere del ginnasio che tarpava le ali della mia libertà.
Daniel, fratello della mia età di uno dei cugini, occupa la batteria; Lio, ex compagnone del baseball — una delle poche persone veramente simpatiche con cui potessi parlare senza preoccupazioni all’epoca — fa la chitarra e si scambia con me al basso quando diventa troppo difficile; e Lando, richiamato da me, tanto straordinario nell’orecchio quanto nella pigrizia, suona sapientemente le tastiere. Una formazione davvero di tutto rispetto, che si potrebbe completare in futuro con un chitarrista o un bassista, o anche un cantante; però deve essere bravo, altrimenti non permetto a nessuno di togliermi il microfono, mi spiace! Già completo le prime canzoni e ricerco le tablature delle cover, proviamo, perfezioniamo, ci divertiamo, in attesa del nostro primo concerto, che non è troppo distante.
Chiedo scusa, mi sto facendo sopraffare dall’entusiasmo; faccio una piccola pausa.
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Ecco. L’ultimo occhiolino della mia buona sorte è strettamente legato all’incontro con i cugini e Daniel. Infatti, quando Elle mi ha lasciato per la prima volta a casa loro, ho subito colto una certa familiarità nella strada in questione. Salito su da loro, ho salutato tutti, anche Lio — che gioia ritrovarti, Lio, mio caro bastardo! Ci siamo messi a chiacchierare e, si sa com’è quando una parola tira l’altra, alla fine siamo arrivati proprio al baseball e a quel mio dejavù di fronte alla loro via. “Sai, F. è mia vicina di casa”. Una pallottola invisibile mi trapassò il cranio. Non riuscivo a crederci. Com’è possibile che sia arrivato fin qui? C’è davvero lo zampino del fato o qualcosa del genere? Ripensai alla cartomante, a quelle figure sul tavolo, alla promessa di un amore all’orizzonte. E’ curioso che questa previsione e quella di futuri guadagni in ambito musicale si rivolgessero all’estate scorsa e che adesso, improvvisamente, entrambe le possibilità si ripresentino con un simile ritardo, ma insieme, clamorosamente l’una accanto all’altra.
Ieri sera F. è venuta ad ascoltarci in sala prove. Mi sentivo un cretino per ogni parola che mi usciva di bocca e al microfono non facevo che fissare gli spartiti, per evitare di incontrare il suo sguardo. Non è andata malaccio, ci ha fatto i complimenti, ha detto che l’abbiamo sorpresa. Ho catturato le sue parole con un umilissimo “Grazie!” e le ho incorniciate sulla parete del mio cuore. Frase un po’ da cioccolatino, chiedo venia, ma è la pura verità. Abbiamo trascorso parte della serata a casa di Daniel e anche lì ha regnato sovrano il forte imbarazzo, finché verso le otto non se n’è andata — che peccato, proprio mentre stavo acquistando maggiore sicurezza! (balle)
Ed eccoci qui. Palla al centro, a giocarcela dal primo minuto. Che si fa? Non lo so. Sono emozionato. Era tanto che non mi sentivo così, e penso che in questo momento potrei essere capace di tutto; ma voglio essere cauto e godermi queste piccole soddisfazioni, con la speranza che crescano fino a realizzare le mie ambizioni, i miei sogni di gloria, e d’amore, perché no?
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Mi merito decisamente un po’ di sano riposo… prima che la frenesia degli eventi privi completamente il mio cervello della lucidità necessaria perché si possa definire ancora funzionante. Alla prossima.
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postato da devanz
